La caduta dei giganti: il Brasile si è rimpicciolito

A Concepciòn è andato in scena l’ultimo quarto di finale della Coppa America 2015. Il nuovo Brasile di Carlos Dunga ha affrontato il sanguinario e roccioso Paraguay di Ramòn Diaz (alcuni lo ricorderanno per il suo passato in Italia, con le maglie di Fiorentina ed Inter). Ed è uscito con le ossa rotte. Certo, la Selecao ha perso ai tiri di rigore. Ma sempre con le ossa rotte è uscita.

Incredibile. Il Brasile non vince più. La bestia si è improvvisamente ammansita ed imborghesita.

La nazionale verdeoro sta subendo, in questi ultimi quattro anni, una vera e propria involuzione di gioco, forse dovuto dal desiderio smanioso di giocare “all’europea”. Le cause di questa crisi possono essere due, che vedremo più nel dettaglio.

La rosa inadeguata dunga2-750x450 

Inutile girarci intorno: il Brasile non può più contare sulle generazioni di fuoriclasse che ogni decade produceva in pompa magna. Negli anni’80 c’erano Falcao, Zico, Socrates e Careca. Negli anni ’90 Cafu, Aldair, Romario, Ronaldo. Nella decade precedente ecco Kakà, Dida, Ronaldinho Gaucho ed Adriano. Ed ora? Che cosa produce il Brasile? Giocatori forti, certo, tecnicamente finissimi e deliziosi. Hanno, però, una debolezza che forse anche prima c’era, ma era compensata dalla grande personalità dei singoli. I giocatori del Brasile model year 2015 sono, essenzialmente, indisciplinati tatticamente. Non v’è coesione tra i vari reparti, difesa, centro ed attacco vanno per conto loro, e la squadra gira abbastanza bene se i giocatori si sentono in vena di giocare. Anche in questo caso, tuttavia, il Brasile mostra grande confusione e mancanza di intenti. In particolare, la nazionale verdeoro parte sempre molto forte, creando una mole interessante di gioco, per poi subire gli avversari e quindi accusare un drastico -e pericoloso- calo negli ultimi 20-30 minuti di partita. Proprio ciò che si è visto contro il Paraguay. Capita anche che il Brasile giochi bene una partita ed affondi clamorosamente nella successiva. Del resto, Dunga non poteva contare su una rosa ai livelli degli anni precedenti, ed in questo ha avuto lo stesso problema di Felipe Scolari, il suo predecessore. Il selezionatore di Ijuì, vista l’impossibilità di trovare singoli con qualità e personalità che non rispondessero al nome di Neymar Da Silva Santos Junior, ha provato a mettere insieme una selezione che avesse un che di collettivo, qualcosa che ricordasse vagamente una squadra operaia e corale, esattamente una squadra “all’europea”. Dunque, non più una nazionale di nomi altisonanti, ma di giocatori sui quali contare, alcuni dei quali noti soltanto nella patria brasiliana, e che mai hanno calcato il suolo -calcistico, si intende- europeo. Non che questo sia un difetto, ovviamente, ma certo va a discapito dell’esperienza complessiva della squadra. Inoltre, l’affidamento a nomi patrii, più che europei, ha portato ad una frattura inevitabile. Da una parte il Brasile si è ritrovato giocatori, come Tardelli, Elias, Geferson ed Everton Ribeiro, abituati a giocare con la frenesia del calcio tipicamente sudamericano, mentre dall’altra ecco gli Oscar, Neymar, Firmino e Fernandinho educati e forgiati dal capillare tatticismo del calcio europeo. Inoltre, sono stati esclusi dalla rosa giocatori che, seppur eccessivamente egoisti, avrebbero potuto portare, anche a partita in corso, imprevedibilità e freschezza di idee. Gente come Hulk e Bernard, linciati dalla stampa post-mondiale, in una competizione locale, avrebbero avuto non solo la chance di un pronto riscatto, ma sarebbero risultati una propulsione nuova e pericolosa per l’economia di gioco del Brasile, specie contro il Paraguay che difendeva con 11 uomini dietro la linea della palla. Altro nodo da sciogliere era quello riguardante la prima punta: da Ronaldo in poi, la maglia numero 9 non è mai stata indossata da giocatori all’altezza della storia che c’era dietro quel semplice numero. Accantonato lo spento ed inutile Fred, totem di Scolari, Dunga si è affidato a Diego Tardelli, giocatore di discreto talento, ma ormai avviato al tramonto della propria parabola calcistica. Nessuno di questi nomi poteva essere funzionale a considerare il Brasile una delle pretendenti più importanti al titolo, anzi, proprio per questi nomi il popolo brasiliano non poteva aspettarsi miracoli da Dunga. Inoltre l’allenatore ha avuto le sue colpe, specialmente nella poca fiducia data a Miranda, che anche quest’anno si è dimostrato un difensore roccioso e quasi impenetrabile. Il perfetto compagno di Thiago Silva, altro difensore dalle letture molto facili e veloci. Un altro errore è stata la fiducia accordata a Roberto Firmino in attacco. Di sicuro, RF è un giocatore molto forte e tecnico, ma non era certamente da schierare in attacco, in virtù del fatto che è più un trequartista (o una seconda punta) che una prima punta da area di rigore. In tutte le partite in cui ha giocato, infatti, il giocatore dell’Hoffenheim ha mostrato le sue qualità di giocatore molto associativo e mobile. Purtroppo, questo movimento implicava sempre la sua uscita dall’area di rigore, cosa che inevitabilmente sguarniva il centro, privandolo di un finalizzatore. Nè Dunga voleva trasformare Firmino in un falso nueve. Semplicemente un errore di valutazione. Oscar e Willian, nonostante le loro qualità individuali, non hanno testa, e si perdono spesso in banalità. Soprattutto, mancava la prima punta che convinceva di più rispetto alle altre scelte di Dunga: Luiz Adriano. Il giocatore dello Shakhtar, ormai destinato agli Emirati, nel pieno della maturazione (ha 28 anni) ha velocità di movimento e lettura degli spazi; perfetto per essere assistito da un giocatore così associativo come Roberto Firmino.Rispetto alle altre favorite in corsa per il titolo, dunque, il Brasile era il più povero tecnicamente, ma allo stesso tempo aveva la marcia in più: Neymar.

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Già, Neymar. Come scriveva lo storico inglese Edward Gibbon, nella sua Storia del declino e della caduta dell’impero romano a proposito dell’imperatore tardoantico Giulio Valerio Maggioriano, “presenta la gradita scoperta di un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana”. Nel caso di Neymar, la specie umana è da sostituirsi con la specie brasiliana, ovviamente. In un’epoca in cui il talento in Brasile scarseggia, infatti, Neymar è davvero il più forte, e stupisce il carisma e la personalità con cui ha trascinato il Brasile alla vittoria della Confederations Cup 2013, alle semifinali mondiali, ed ancora ai quarti di Coppa America, per i quali, però, era già stato squalificato per i disordini in campo durante la partita contro la Colombia. La presenza di Neymar nell’undici verdeoro è titanica, e si vede come abbia le chiavi di ogni manovra, cercando di sopperire alle mancanze, più mentali che tecniche, dei compagni. Grazie a Luis Enrique, del resto, Neymar ha lavato via quasi tutta l’indolenza che gli impediva di sbocciare come uno dei migliori attaccanti di questo lustro. Ciò gli ha consentito di prendersi la Nazionale brasiliana in toto, e ne è diventato al tempo stesso croce e delizia: da una parte, infatti, Neymar rappresenta la chiave di volta della manovra (nonostante Dunga avesse cercato di rendere la sua selezione indipendente dalle giocate dell’attaccante blaugrana; dall’altra, è vero che senza Neymar il Brasile non funziona, proprio perchè manca quella personalità in campo che serve per prevalere, anche mentalmente, sull’avversario. Firmino, poi, in Neymar trovava il finalizzatore col quale sintonizzarsi al velocizzarsi della manovra d’attacco. Inoltre, Neymar tende ad accentrare troppo il gioco su di sè, e spesso si intestardisce quando ha intenzione di vincere la partita da solo. Troppo umorale, troppo personale, come dimostrano i numerosi cartellini, rossi e gialli, che ha rimediato in carriera. Il Brasile ha sviluppato una sorta di dipendenza da Neymar, che Dunga ha provato a curare col metadone Robinho, che, seppur bistrattato al Milan, ha messo a segno 2 gol che hanno contribuito ad alimentare le speranze dei supporters connazionali. Robinho non avrà certamente la velocità di esecuzione di Neymar, ma è proprio il tramite tra la generazione dell’Imperatore e del Gaucho, coi quali ha giocato da giovanissimo, e questa, in cui Oscar, Willian, Fernandinho e compagni stanno dissipando il grande talento che hanno tra i piedi. Il giocatore di transizione, che ha saputo far valere l’esperienza. Anche Robinho, però, non è esattamente un uomo squadra, e poi, pur essendo un attaccante, ha movenze da ala che cerca più il fondo che il centro. Nonostante la partita da leone ai quarti contro il Paraguay, dunque, in cui è uscito verso la fine per Everton Ribeiro, e nella quale ha anche segnato il gol che ha aperto le danze, al 15′, non poteva essere il giusto sostituto di Neymar. Proprio come il metadone non è il sostituto buono dell’eroina. Quella di cui il Brasile ha veramente bisogno.

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Creatore e ideatore di questo progetto, Sport House! Nato a Desenzano del Garda nella ridente provincia di Brescia, appassionato fin da piccolo di Pallacanestro e Calcio! Tifosissimo degli Houston Rockets (NBA) e dell'Inter!

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