Le vergini e il Cavaliere

Gli strascichi polemici per l’eliminazione dell’oltreuomo del ciclismo contemporaneo, destinati a rinverdarsi più o meno in ogni arrivo in volata della Grande Boucle, lasciano spazio, forse provvidamente, al primo arrivo in salita dell’edizione 104 del Tour de France. Un unicum per la corsa francese, solitamente aristocratica nel lesinare le occasioni per i fuoriclasse delle montagne, centellinandole nelle ultime due settimane di corsa, con l’alternarsi palindromo di Pirenei e Alpi. Ma, come accadde solo nel 1992, questo luglio saranno cinque i massicci affrontati dal gruppo, poichè oltre ai 2 abitué, si scaleranno, nell’ordine, Vosgi, Giura e Massiccio Centrale: una varietà eterogenea ed inattesa, ad acuire il tasso di spettacolarità di una corsa, resa già eccezionale dal numero di fenomeni in campo.

Il primo vagito di montagne è appunto collocato nel nord-est della Francia, su quel confine coi nemici tautonici, tanto tartassato durante i due conflitti mondiali. Eppure, la storia che scandisce l’arrivo di oggi riguarda ancora un conflitto, ma stavolta ben più antico: il ratto mancato della Planche des  Belles Filles. Una leggenda, rarefatta da secoli di cuciture e rielaborazioni, risale fino al 1635, nel mezzo della Guerra dei trent’anni. Qui, su queste cime acute e ascose da boschi fitti, alcune fanciulle, per sfuggire allo strupro di alcuni mercenari svedesi, si diedero la morte, gettandosi dal burrato (appunto la Planche) per evitare di cadere vittima di un atto tanto indegno.

Quasi quattrocento anni dopo, i mercenari, solo sportivamente parlando, indossano la casacca nero bianca del Team Sky: assomigliano ad un’armata invincibile, scandendo i ritmi delle montagne con passo deciso e quasi insostenibile. Attaccarli, da un quinquennio a questa parte, è roba per folli: troppo alta l’andatura, si rischi di essere centrifugati prima ancora d’accorgersene. Oggi, una smagliatura al loro copione, sinceramente monotono, è consistita nel tratto pre salita conclusiva, gestito dalla BMC di Richie Porte. Ma ecco, non appena si spalancano i gironi infernali, percorsi in senso opposto al viaggio dantesco, i traghettatori sono ancora loro, i satanassi britannici. Un concentrato di saporita qualità, un ritmo mostruoso, che pareva destinato a proteggere la maglia gialla di Thomas e, soprattutto, a precludere ogni offensiva al già dominante Froome.

Probabilmente, diplomato al classico, Fabio Aru la Guerra dei trent’anni l’avrà studiata con attenzione. Certamente l’episodio delle vergini suicide non è parte del programma scolastico, però in qualche modo il sardo oggi s’è fatto portavoce d’un grido altrettanto rivoluzionario. A 2,4 km dall’arrivo infatti, il copione del Team Sky è stato scompaginato dallo sgargiante tricolore, emerso come folgore dal teleschermo. Il Cavaliere dei 4 Mori, soprannome ereditato per l’orgogliosa origine sarda, ha affondato un colpo micidiale nel tratto più aspro della scalata conclusiva: Aru non si è mai voltato indietro, incrinando ad ogni pedalata le certezze di Froome e di tutti i suoi rivali per la generale. Simon Yates e lo stesso Froomy hanno tentato di reagire, ma ogniqualvolta il direttore sportivo Martinelli avvertisse dalla radiolina il suo alfiere di un affondo dei rivali, puntuale il campione italiano dava l’impressone di accelerare con brillante agilità, riportando il vantaggio nell’ordine dei 100-150 metri. Aru ha così griffato il primo successo in carriera al Tour, dopo aver vinto sia al Giro che alla Vuelta.

Una vittoria dall’evidente significato analogico: come ogni anno, al primo arrivo in salita è Froome a vestire i colori del Dio Sole, ma, stavolta, ciò non va a braccetto con un dominio in montagna. Infatti, come le Belles Filles, Aru ha sfidato la prepotenza ciclistica britannica con un gesto antico, quanto ormai in disuso: il coraggio dello scatto secco. Scatto secco fra l’altro pagato in un primo momento anche da Alberto Contador, poi rientrato su Froome e Porte, giunti a 20 secondi da Fabio, mentre Quintana, appesantito dal Giro, paga 32 secondi. Nella generale la maglia gialla è appunto appannaggio dell’ultimo vincitore, davanti al compagno di squadra Thomas e proprio a Fabio Aru, distante solo 14”. I primi screzi sorridono ad un italiano, così come accadde nel 2014 a Vincenzo Nibali, guarda caso anch’egli in divisa di campione italiano. La Storia, per molti, è un ciclo che si ripete: a distanza di quasi 400 anni, come nel 1635, oppure a distanza di 3, sperando che il finale, a Parigi, sia proprio lo stesso, con il tricolore festante davanti l’Arco di Trionfo.

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Laureando in lettere, ma la mia arrogante personalità spicca soprattutto nel tempo libero, dove mi dedico molto al collezionismo: due di picche e figuracce su tutto. Il mio brillante palmares annovera: 2 coma etilici, 100 passi in partenza, 3 rinvii a giudizio e una smisurata passione per lo sport.

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